13 Dicembre 2017
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biografia

Vita
Alfio Ortenzi nasce a Spinetoli (AP) il 21 ottobre 1915 da famiglia agiata, la cui solidità economica faceva leva su proprietà terriere e sulla attività della fornace di laterizi di proprietà.
Proprio presso questo opificio, fin dalla giovane età manifesta quella sua voglia di esprimersi mediante la modellazione dell´argilla, ritraendo i volti di alcuni personaggi del paese.
Ben presto termina gli studi inferiori (Istituto Tecnico) presso il Convitto Nazionale di Macerata, per poi trasferirsi a Roma dove, dopo il Liceo Artistico, frequenta anche l´Accademia di Belle arti, sezione Scultura, come allievo del grande maestro Accademico d´Italia Prof Angelo Zanelli, conseguendo un brillante 30 e lode.
Durante questo periodo frequenta anche altre scuole serali: Museo Artistico, Accademia di San Luca, la Scuola libera del nudo ed un corso per affresco con Ferrazzi e Piccolo.
Nel 1938 espone per la prima volta ai Littoriali di Palermo, dove si classifica settimo in assoluto in campo nazionale e primo per il GUF di Roma nel campo della Scultura.
Alla fine degli studi (1939) viene chiamato ad insegnare Decorazione Plastica al Liceo artistico di Roma in qualità di Assistente dello Scultore Prini.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo costringe ad abbandonare la sua carriera così billantemente avviata per partire sotto le armi dove rimane fino alla fine del conflitto.
I primi momenti post bellici e l´avvenuta perdita del padre, lo convincono a tornare al proprio paese, l´amato Spinetoli, dove tra il 1944 ed il 1949 si occupa della sua azienda agricola e della fornace di laterizi.
E´ questo il periodo in cui sposa la giovane insegnante elementare Santina Musati, che gli da due figli: Lucia e Giovanni (Gianni).
Ma la sua indole non è sopita: nel 1949 riprende la sua attività artistica, dedicandosi in seguito anche all´insegnamento presso le scuole di Amandola e di S. Vittoria in Matenano.
Nel 1950 è chiamato ad insegnare Disegno presso il Villaggio dei Ragazzi di Ascoli Piceno per un corso di Ceramica.
Proprio in questo periodo apprende i primi rudimenti della ceramica presso la fabbrica di Nello Giovanili: questa nuova esperienza lo affascina a tal punto da iniziare, nel suo studio situato in Via Niccolò IV, 25 di Ascoli, una sua propria attività chiamando a collaborare con sè alcuni amici artisti tra i quali Licini, Ercolani, Cantatore e Dania.
Nel 1951 diviene Direttore del Museo Archeologico di Ascoli ed in seguito assume anche la direzione della Pinacoteca: due degli Istituti culturali più importanti della città che egli diresse con competenza e amore, grazie alla sua sensibiltà di artista valido e coscienzioso, fino al pensionamento.
Muore ad Ascoli il 23/02/1992, lasciando una vasta produzione di gessi, ceramiche, bronzi, pitture, disegni.
Storia di un artista
Da "Alfio Ortenzi - La coscienza dell´arte" a cura di Stefano Papetti
"Dello studio ascolano di Alfio Ortenzi, profanato e distrutto alcuni anni fa dall´azione delle pale meccaniche e dalle gru, non resta che una grande fotografia, parzialmente ritoccata con la matita dall´artista stesso: un lucernario fa spiovere la luce sul grande rilievo appena ultimato che illustra le fatiche della vita dei campi, filtrate attraverso una sensibilità virgiliana.
In primo piano, sulle scaffalature, sono appoggiati il "Pugile suonato", la "Donna che si lava i capelli" ed il gruppo "Lussuria"; opere che nella originale resa plastica denunciano la modernità dell´artista. Più in basso le riproduzioni della "Conversione di Saul" affrescata da Luca Signorelli nella Sagrestia di San Giovanni a Loreto ed il commovente "Compianto" di Giovanni Bellini evidenziano, attraverso due illustri modelli, le due anime di Ortenzi: quella drammatica e passionale e quella pacata e contemplativa, volta all´idealizzazione.
Nel ripercorrere un viaggio a ritroso nel tempo per conoscere e riconsiderare l´attività artistica di Alfio Ortenzi, non si potrà fare a mano di riferire alla sua figura i medesimi parametri con i quali si dovrà esaminare l´opera di altri maestri ascolani del Novecento, artisti come Anastasi, Mancini, Ercolani la cui gioventù è stata interrotta dal secondo conflitto mondiale al quale essi hanno tutti partecipato, vivendo in prima persona i drammi di quei lunghi anni trascorsi lontano da casa.
Per tutti loro, il rientro in patria determinò una sorta di volontario straniamento rispetto all´agone artistico italiano, una specie di rinuncia consapevole a partecipare al vivace dibattito che animava il secondo dopoguerra, contrapponendo i fautori dell´astrattismo ai sostenitori del figurativo, un rinserrarsi nella quieta provincia alternando all´attività artistica, incarichi di più sicuro riscontro economico. E certo molti ascolani di oggi ricordano Alfio Ortenzi più per la sua solerte opera di direttore del Museo Civico e della Pinacoteca che per la sua attività artistica.
Questa scelta, che vorremmo non apparisse dettata soltanto da ragioni di opportunismo, è stata certamente determinante per l´arte di Ortenzi che si assestò entro schemi personalissimi, interpretati con grande partecipazione emotiva ed impegno civile, ma rinunciando al confronto con l´esterno, in una sorta di ripiegamento interiore non sempre appagante, ma comunque generatore di opere che presuppongono un riflessione appassionata. Rare sono state infatti le partecipazioni di Ortenzi a mostre, pochissime delle quali organizzate extra moenia, e dunque altrettanto sporadici sono stati i giudizi espressi sulla sua opera, soltanto occasionalmente approdata alla ribalta della stampa nazionale non perchè apparisse di scarso rilievo, ma per una scelta consapevole di isolamento rispetto ai percorsi dell´arte contemporanea che presuppongono una sapiente gestione dei rapporti con i critici, i galleristi e la carta stampata.
Da questa particolare situazione discende anche il rapporto spesso conflittuale con l´ambiente cittadino, non sempre sollecito nell´apprezzare le opere degli artisti moderni e perciò sentito come ostile dall´Ortenzi, nel segno di una contrastata vicenda di amore-odio con la propria città; dal desiderio di evaderne che confligge con il timore di abbandonare il certo per l´incerto nasce il dissidio interiore che lacera l´anima dell´artista, facendolo soffrire.
Eppure gli esordi di Alfio Ortenzi erano stati assai promettenti e lasciavano presagire una sua attitudine a misurarsi con il mondo, evadendo dal Piceno. Nato nel 1915 a Spinetoli da una famiglia agiata, visse gli anni dell´infanzia nella bella casa affacciata sulla valle del Tronto, che ancora conserva traccia delle decorazioni pittoriche che avranno fin dalla fanciullezza colpito l´immaginazione di Alfio: certamente non sfuggì alla sua sensibilità la bellezza del panorama che si gode dai contrafforti collinari, chiuso ad est dalla distesa marina e ed ovest dalla catena dei sibillini, una visione che ritornerà spesso nelle sue prove pittoriche.
Dopo un primo tirocinio ad Ascoli Piceno, l´Ortenzi completò la propria educazione a Roma presso l´Accademia di Belle arti dove ebbe modo di incontrare Angelo Zanelli (1879-1942) che dal 1931 teneva la cattedra di scultura. Maestro di solida reputazione, affermatosi sin dal 1909 come vincitore del concorso bandito per il fregio dell´Altare della Patria, lo Zanelli era all´apice della propria carriera, chiamato a realizzare importanti monumenti celebrativi in varie d´Italia e nel 1925 consacrato come uno dei maggiori artisti nazionali con l´incarico di esguire due grandi statue che ornavano la facciata del padiglione italiano all´Exposition des Arts Decoratifs. Nel 1939, a coronamento di una prestigiosa carriera lo Zanelli veniva insignito della carica di Accademico d´Italia.
Quando, sul finire degli anni trenta, Alfio Ortenzi frequentò le lezioni dello Zanelli, questi aveva o lo stile sinuoso ed elegante, ancora pregno di stilemi liberty, che aveva appreso dal suo maestro Leonardo Bistolfi, e si era indirizzato verso una resa plastiva più severa e controllata, che lasciava supporre un´attenta rivisitazione della scultura quattrocentesca toscana, secondo un orientamento comune ad altri artisti del tempo. Preparato da numerosi studi testimoniati da una bella serie di esercitazioni accademiche con il modello in posa, Ortenzi esordiva mostrando di avere ben recpito gli insegnamenti del maestro: lo testimonia il bronzo della "Adolescente" il cui corpo, modellato con un realismo che non nasconde talune grevità delle forme femminili, è modellato con suprema cura e sulla materia, levigata con grande attenzione, la luce scorre uniformemente senza trovare impedimenti. L´aggraziata e timida attitudine della giovane modella sembra discendere dalla statuaria toscana del XV secolo, in particolare delle opere di Mino da Fiesole e di Da Settignano.
E´ questo lo stile che garantiva all´Ortenzi i primi riconoscimenti pubblici ed i primi successi nelle varie esposizioni allestite dalla Gioventù Littoria, palestra destinata a fara emergere vari giovani talenti dell´arte italiana; ma la guerra venne ad interrompere questi felici esordi, impedendo al promettente scultore di applicarsi all´arte con la necessaria continutità e recidendo le ancor tenue trame con il momdo della critica d´arte nazionale che egli aveva potuto appena abbozzare. Il rientro ad Ascoli Piceno dopo il conflitto vede l´artista impegnato a ritessere la trama del quotidiano, a riassestare le attività di famiglia, impegni che ancora lo distolgono dal praticare l´arte a tempo pieno.
Negli anni cinquanta si colloca l´incontro con Domenico Cantore e con Osvaldo Licini che nella sua città di Montevidon Corrado trascorreva gli anni della maturità dopo avere percorso le strade del mondo: con il pittore degli "Angeli ribelli" e delle "Amalasunte" nasce un´amicizia profonda che si basa su una sincera ammirazione e dal confronto con Licini e con il suo spirito visionario, Ortenzi riceve uno stimolo ad abbandonare definitivamente i valori della tradizione accademica. Licini rappresentò per lui anche un medello in quanto ad impegno sociale e civile inducendolo a mettere da parte per sempre la ricerca di valori formali fine a se stessi, a favore di un coinvolgimento diretto nella vita sociale che Ortenzi esprime secondo in valori della dottrina sociale cattolica.
La libertà che conquista in quegli anni guida Ortenzi nei vari campi dell´arte, dalla scultura alla pittura fino alla ceramica, tecnica che egli sarà indotto a praticare in quanto gestore di una fabbrica di laterizi di proprietà della famiglia. L´attività di Ortenzi come creatore di sculture e di piatti decorativi in ceramica non è oggi abbastanza nota, ma merita maggiore attenzione; lo rivela la serie dei grandi piatti con colombi, piccioni, civette e mandrie di tori che egli realizza sfruttando il contrasto fra il colore caldo ed opaco del biscotto e la lucentezza degli smalti. Con grande immediatezza traccia i profili dei colombi dal candido piumaggio arruffato, di gufi e civette dallo sguardo magnetico e di vivaci tori scalpitanti che non possono non richiamare alla memoria le coeve prove ceramiche condotte da Picasso nelle botteghe di Vallauris.
La materia tormentata che caratterizza i manufatti ceramici la riconosciamo anche nei bronzi che, persa la levigatezza delle opere giovanili, conservano una superficie mossa ed accidentata che reagisce alla luce determinando vivaci contrasti chiaroscurali ed animando così la massa plastica. Le figure appaiono come scarnificate, ridotte a larve di drammatica consistenza che lasciano trasparire un pathos estraneo alle precedenti sculture. Metafora di questa inquietudine esistenziale è la serie di cavallini, modellati con febbrile velocità nelle attitudini più varie, ma sempre con grande attenzione alla resa dinamica; nei movimenti dei loro snelli corpi, anche le criniere e le code frustano l´aria, restituendo così l´immagine, selvaggia e nobile al tempo stesso, del cavallo, con il quale lo scultore intende forse stabilire una specie di transfert.
Questo percorso interiore che Ortenzi compie per conoscersi meglio, lo porta a sviluppare una grande attitudine al ritratto, genere coltivato tanto nell´ambito familiare che in quello cittadino: il busto della contessa Saladini conservato presso la Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno, quello del Tenore Marini nel foyer del teatro Ventidio Basso, il ritratto del critico Melloni o quello del pittore Ercolani documentano una resa di grande efficacia e riescono a restituirci con le loro sembianze anche i moti dell´anima dei personaggi ritratti, come rivela l´accentuazione plastica delle belle mani dalle lunghe dita nervose della Saladini o la superficie increspata della capigliatura del Melloni.
Questa serie di ritratti si collega a quella dei familiari che ha inizio con il ritratto della madre ancora memore della scultura romana, e si conclude negli anni ottanta con quelli dei nipotini, ritratti con una vivacità che non lascia supporre lunghe pose con il modello fermo, ma piuttosto continui studi con il modello in movimento al fine di trasmetterne la mobilità espressiva. Altrettanto profonda è l´indagine psicologica che si cela dietro l´autoritratto eseguito dall´artista in tarda età: la materia è trattata con una sprezzatura che contribuisce ad esaltare la carica patetica del volto, segnato da lacerazioni e come coronato di spine, che simboleggiano i disagi spirituali e fisici che attanagliano l´Artista.
Negli anni sessanta e settanta Ortenzi si cimenta nella realizzazione di alcuni monumentri pubblici nei quali affiora in modo più sostanziale e coerente il suo impegno civile: particolarmente riuscito appare quello dedicato a Papa Giovanni XXIII, figura verso la quale l´artista rivela un grande trasporto interiore che si percepisce nell´esito finale dell´opera. L´imponente silouette del corpulento pontefice, colto con un´espressione bonaria, giganteggia al centro del rilievo ed il modellato, caratterizzato da una superficie mossa ed accidentata, contribuisce a vivacizzare l´immagine.
Interpretato in chiave trascendente è invece il monumento dedicato ai Caduti di Amandola dove si ravvisa il contrasto fra la massa squadrata del travertino e l´esile immagine dinamica fusa nel bronzo che si libra entro la pietra; si coglie nel trattamento della figura umana una assonanza ai modelli elaborati in quegli stessi anni da Pericle Fazzini per il grandioso monumento bronzeo concepito dall´artista di Grottammare per l´aula Nervi in Vaticano.
In tutta l´opera artistica di Ortenzi si legge in filigrana una inquietudine tormentata e cupa, una consapevolezza del male di vivere che la rende particolarmente attuale. Persino le caricature realizzate negli anni settanta e dedicate alla vita sportiva ascolana, hanno un tono inconsciamente drammatico e più che indurre al sorriso muovono alla riflessione; taluni volti, come quello di Bearzot, sembrano dei teschi, altri trasmettono una sensazione di disagio.
L´ultimo ricordo che ho di Ortenzi risale ai mesi immediatamente successivi al riallestimento della Pinacoteca, della quale era stato Direttore per molti anni: guardava il monumento a Vittorio Emanuele II di nicola Cantalamessa Papotti e sorrideva, ammirato dal modellato del possente destriero, ma poi, girato lo sguardo verso le pareti, il volto ebbe una espressione stizzita, riconoscendo i tanti cambiamenti che l´imponente Sala della Vittoria aveva subito in occasione dei restauri, contro i quali egli si era corraggiosamente schierato, criticando le soluzioni adottate dalla soprintendenza. L´anima conservatrice ed il culto per la bellezza di cui s´era nutrito negli anni trascorsi presso l´Accademia romana si scontravano con le sue aperture verso la contemporaneità, manifestando i contrasti di una concezione dialettica fra passato e futuro sulla quale Ortenzi ha fondato la sua vita di uomo e di artista."

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